6 octubre 2022
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Un equilibrio precario: il ruolo dell’interprete nei servizi antiviolenza

Nei contesti di violenza contro le donne, chi si occupa di mediazione linguistica si trova a operare in un panorama estremamente complesso, dove assumono un peso particolare le aspettative delle sopravvissute, che sono estremamente difficili da arginare in virtù del carico emotivo degli incontri. Nel lavoro di ricerca per la sua tesi di laurea, l’autrice ha analizzato il ruolo professionale di chi fa mediazione linguistico-culturale all’interno dei servizi antiviolenza italiani. Apportando il proprio contributo teorico, spera di produrre dei risvolti pratici e di contribuire ad affermare la centralità di questa figura professionale come nodo della rete antiviolenza, definendone meglio la collocazione nell’équipe multidisciplinare che presta assistenza alle vittime.

Chi si occupa di mediazione linguistico-culturale (…) è una figura professionale difficile da incasellare.

In Italia, chi si occupa di mediazione linguistico-culturale, in altri paesi anche conosciuto come “interprete di comunità” o “per i servizi pubblici”, è una figura professionale difficile da incasellare e non ancora perfettamente definita a livello normativo.

La mancanza di un quadro nazionale univoco dà adito a un panorama estremamente variegato di definizioni e indicazioni relative alle competenze, al ruolo e alla deontologia professionale di mediatori e mediatrici, che si trovano a svolgere le mansioni più disparate, a seconda delle necessità del momento e delle aspettative, talvolta erronee, di chi opera nei servizi nei quali svolgono la mediazione.

Nei contesti di violenza contro le donne, si trovano anche ad affrontare le aspettative delle sopravvissute, che sono ancora più difficili da arginare in virtù del carico emotivo degli incontri (Abril Martí et al., 2015).

Immagine di due persone che tirano una fune.
Avere una visione chiara del proprio ruolo professionale è l’unico modo per non trovarsi in balìa delle aspettative degli interlocutori.

La mediatrice rappresenta l’unica via d’accesso ai servizi antiviolenza, l’unica possibilità di salvezza, e diventa una persona nella quale confidare pienamente.

Le vittime di violenza, in particolare coloro che subiscono violenza domestica, vengono spesso isolate dal maltrattante. La loro situazione di emarginazione peggiora quando non conoscono la lingua del paese in cui risiedono, dove a volte non possono neanche contare sul sostegno di familiari o amici. In questa situazione, la mediatrice rappresenta l’unica via d’accesso ai servizi antiviolenza, l’unica possibilità di salvezza, e diventa una persona nella quale confidare pienamente (SOS-VICS Speak Out for Support, 22 gennaio 2015).

Capita quindi che una donna condivida informazioni personali con la mediatrice e poi le chieda di non interpretare, le domandi consigli o informazioni, chieda di svolgere mansioni che non sono di sua competenza e che potrebbero essere pericolose, come andare a prendere i figli in un altro reparto, accompagnarla a casa o ad altri appuntamenti, e così via (Bancroft et al., 2016: 242).

Trovandosi di fronte a una persona che sta vivendo una sofferenza profonda e che chiede aiuto, la tentazione per chi fa mediazione di estendere i propri confini professionali può essere forte, ma proprio in questo contesto, forse più che in altri, la violazione di questi confini può produrre danni tangibili. Consolare la sopravvissuta, offrire consigli in buona fede e mostrarsi disposta a esaudire alcune delle sue richieste potrebbe far sorgere in lei aspettative irrealistiche o addirittura generare una relazione di dipendenza nei confronti della mediatrice, in netto contrasto con i principi di empowerment e di riconquista dell’autonomia che sono il fine ultimo di qualsiasi intervento dei servizi antiviolenza (Toledano Buendía, 2019: 180).

Dopo una breve rassegna dei principali studi che indagano il ruolo della mediazione all’interno dei servizi antiviolenza, osserveremo che cosa accade in Emilia-Romagna, dove attualmente risiedo, in seno ai servizi sanitari, psicologici e sociali per le sopravvissute alla violenza. 

Le posizioni che la letteratura riporta su tale ruolo sono tutt’altro che unanimi, ma si possono riconoscere due orientamenti principali in relazione al grado di intervento concesso a queste professioniste e professionisti durante l’incontro:

  • la mediatrice è un membro a pieno titolo dell’équipe multidisciplinare che presta assistenza alla sopravvissuta;
  • la mediatrice deve esclusivamente interpretare e interferire il meno possibile nella relazione tra la sopravvissuta e chi rappresenta i servizi antiviolenza.

Gli esponenti più autorevoli del primo orientamento sono i ricercatori e le ricercatrici di Speak Out for Support (SOS-VICS), un progetto pilota cofinanziato dal programma dell’Unione Europea Giustizia Penale e da nove università spagnole, con l’obiettivo di creare materiale formativo per interpreti specializzati/e in violenza contro le donne. Il loro punto di vista è che soltanto la piena integrazione dell’interprete nei servizi antiviolenza può garantire parità di condizioni anche alle sopravvissute che non parlano la lingua del paese in cui risiedono (Valero Garcés, Lázaro Gutiérrez e Del Pozo Triviño, 2015: 195).

Tuttavia, non è affatto semplice trovare il giusto equilibrio tra questo tipo di partecipazione attiva e un’estensione indebita dei limiti del ruolo professionale.

Questo ha necessariamente delle ripercussioni sul ruolo dell’interprete, che offre allo staff il proprio supporto linguistico e culturale per scoprire casi di violenza non dichiarata, spiegare il linguaggio non verbale delle donne e le eventuali differenze culturali nella percezione della violenza di genere (SOS VICS Speak Out for Support, 22 gennaio 2015). L’interprete contribuisce inoltre a creare una relazione di fiducia tra gli interlocutori, avvisando l’équipe di quegli atteggiamenti che potrebbero mettere a rischio gli incontri, e svolgendo, quando necessario, funzioni di advocacy per la parte più debole.

Tuttavia, non è affatto semplice trovare il giusto equilibrio tra questo tipo di partecipazione attiva e un’estensione indebita dei limiti del ruolo professionale, come vedremo in seguito (Del Pozo Triviño e Baigorri Jalón, 2015).

Immagine di un equilibrista.
Bancroft et al. (2016: 200) parlano dell’interpretazione per le vittime di violenza come di un vero e proprio esercizio di equilibrismo.

Forse per questo motivo diversi autori e autrici, come ad esempio Bancroft et al. (2016), sostengono il secondo orientamento e propongono un ruolo con spazi di autonomia molto minori. Le ricercatrici ritengono che l’interprete debba cercare di non interferire in alcun modo nella relazione tra il personale dei servizi antiviolenza e la sopravvissuta: scoraggiano l’interprete dal mantenere il contatto visivo durante lo svolgimento dell’incarico e consigliano di collocarsi in posizione leggermente arretrata rispetto alla donna, così che questa possa rivolgersi direttamente all’operatore/operatrice.

L’interprete dovrebbe intervenire soltanto se avverte il rischio di un grave fraintendimento, che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della donna.

L’interprete dovrebbe intervenire soltanto se avverte il rischio di un grave fraintendimento, che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della donna; non deve per nessun motivo consolarla e dovrebbe astenersi dall’agire come esperto culturale, per non dare adito a pregiudizi e non compromettere la sua autonomia decisionale, neanche qualora fosse una persona dell’équipe a chiederglielo.

Durante lo svolgimento della mia tesi di laurea magistrale in Interpretazione, intitolata “Interpretare per le vittime di violenza: uno studio di caso sulla rete antiviolenza dell’AUSL Romagna”, ho condotto delle interviste semistrutturate su due gruppi di partecipanti: nove mediatrici e un mediatore e cinque operatrici, tutti attivi nell’ambito dei servizi antiviolenza dell’Azienda Unità Sanitaria Locale della Romagna, comprendente tre province emiliano-romagnole.

Tra le varie tematiche affrontate, diverse domande erano volte a indagare proprio la percezione da parte di mediatori e mediatrici del proprio ruolo professionale e dei suoi limiti. Si tratta di un’analisi quantitativa che, a causa delle dimensioni ridotte del campione, non ha alcuna pretesa di essere rappresentativa per l’intera regione, né tantomeno per il paese. Tuttavia, può offrire spunti interessanti per comprendere le difficoltà che chi interpreta nei contesti di violenza contro le donne si trova ad affrontare, e la conseguente necessità di protocolli specifici che regolino il funzionamento della mediazione linguistico-culturale nei servizi antiviolenza.

Le interviste confermano innanzitutto la pluralità di mansioni svolte dai mediatori e dalle mediatrici linguistico-culturali italiani: un rispondente si occupa anche degli aspetti amministrativi relativi all’assicurazione sanitaria e dell’organizzazione degli interventi di mediazione programmata; due mediatrici prestano il cosiddetto “servizio di prossimità”, cioè accompagnano la donna in diversi uffici e la aiutano a orientarsi nella realtà locale; una di loro è stata per qualche tempo anche l’operatrice di una casa protetta dove alloggiavano diverse donne che parlavano una delle sue lingue di lavoro. Com’è naturale, le interviste hanno mostrato che le mansioni svolte dalle mediatrici influiscono sulla percezione del loro ruolo: ad esempio, le addette al servizio di prossimità, che trascorrono più tempo da sole con le donne, sono anche le più disposte tra le rispondenti a estendere i propri limiti professionali.

Capita inoltre, come anticipato, che lo staff della rete antiviolenza nutra aspettative erronee nei confronti di chi si occupa di mediazione linguistico-culturale: alle rispondenti è stato chiesto di dare un passaggio in macchina alle sopravvissute, di informare i loro parenti in sala d’attesa, o addirittura di presidiare la stanza nella quale si trovavano, con il rischio che sopraggiungesse il partner violento da un momento all’altro.

Tuttavia, sono le aspettative delle donne quelle con cui è più difficile misurarsi, oltre che il desiderio stesso delle mediatrici di aiutarle, come dimostrano queste testimonianze:

“Alla fine io non sono qua per fare un lavoro, ma sono qua per aiutarle. […] Stai lavorando su una cosa molto delicata e quindi devi essere professionista ma non molto, se c’è qualcosa da fare lo devi fare, non puoi dire faccio il mio lavoro, finisco qua e vado.” (mediatrice 6)

“Se tu decidi di fare questo lavoro avrai tante delusioni, perché in alcune situazioni non puoi metterci del tuo, perché sconvolgi gli equilibri.”

“Se tu decidi di fare questo lavoro avrai tante delusioni, perché in alcune situazioni non puoi metterci del tuo, perché sconvolgi gli equilibri, ma quando tu avrai fatto il tuo lavoro con devozione, con il cuore, mettendoci empatia, farai del bene molto più di quello che potresti fare facendo semplicemente l’interprete.” (mediatrice 4)

La sofferenza provata dalle vittime rende molto difficile per le mediatrici trattenersi dal consolarle e dal cercare un contatto fisico, ma anche accettare decisioni che secondo loro vanno contro il migliore interesse della donna.

Infatti, nonostante 5 mediatrici abbiano dichiarato di non svolgere mansioni che esulano dalla loro competenza, i racconti di alcuni episodi concreti della loro esperienza professionale fanno sorgere il dubbio che in alcuni casi questa risposta non corrisponda al loro reale modo di agire. Forse percepiscono il proprio ruolo in modo più ampio, oppure sono consapevoli del contrasto tra alcuni dei comportamenti promossi durante la formazione e quelli da loro ritenuti più appropriati.

C’è chi ha ospitato ragazze vittime di tratta a casa propria, chi dopo gli incontri accompagnava di propria iniziativa le donne a cercare lavoro:

“Io ho sempre voluto aiutarla quella donna, perché veramente mi faceva piangere il cuore e vedevo in lei una donna forte ma aveva paura di far uscire questa fortezza che c’ha. E io dopo gli incontri l’ho portata nella mia macchina a casa sua, poi a cercare i lavori da un bar a un altro, da un hotel all’altro, ho cercato di spiegarle come funziona, cosa deve fare, l’ho aiutata a preparare un curriculum, e quindi questa cosa non è piaciuta molto all’operatrice.” (mediatrice 6)

Nelle interviste si ritrovano in parte i due orientamenti riscontrati nella letteratura, ma non sono definiti in modo rigido e in generale tendono entrambi verso una maggiore visibilità e partecipazione della mediatrice nel percorso di uscita dalla violenza della donna, fino all’instaurarsi a volte di una vera e propria relazione di amicizia.

Il loro contributo va quasi sempre al di là della “semplice” mediazione dell’evento comunicativo.

Le mediatrici e il mediatore intervistati si considerano tutti dei partecipanti a pieno titolo agli incontri con le donne, anche coloro che dicono di “tradurre e basta” e che si mostrano pienamente consapevoli dei rischi legati alla dipendenza che la donna potrebbe sviluppare nei loro confronti. Il loro contributo va quasi sempre al di là della “semplice” mediazione dell’evento comunicativo, che sia perché danno la propria opinione all’operatrice alla fine del colloquio o perché, come si è visto, seguono la donna anche al di fuori dei servizi antiviolenza.

Una delle mansioni che le mediatrici e il mediatore riconoscono come di loro competenza è la conquista della fiducia della donna.

Le sopravvissute alla violenza vedono compromessa la propria capacità di fidarsi di chi le circonda, ma solo riponendo la loro totale fiducia nei servizi antiviolenza accetteranno di farsi aiutare e porteranno a termine il proprio percorso di affrancamento. Per questo motivo la conquista della fiducia è il primo obiettivo perseguito dalle équipe dei servizi, ma viene parzialmente delegato alla mediatrice quando le donne non parlano italiano.

Tuttavia, le rispondenti cercano di conquistare la fiducia della donna in modi molto diversi e personali.

La mediatrice 9 lo fa con una breve presentazione all’inizio dell’incontro, ma esclude categoricamente ogni contatto con la vittima al di fuori di quella situazione. La mediatrice 6, invece, è solita approfittare di una pausa o aspettare la fine dell’incontro per accompagnare la donna a bere un caffè o a fumare e spingerla ad aprirsi. Questa mediatrice ha mantenuto i contatti con diverse donne per le quali ha interpretato, anzi alcune le ritiene addirittura sue amiche. La mediatrice 5 cerca di conquistare la fiducia della donna condividendo con lei la propria storia personale e familiare e instaurando una vera e propria relazione di amicizia. Questa stessa mediatrice si definisce “una persona vicina che sostituisce quella mancanza che [la donna] sente per la sua famiglia d’origine”, quasi come una sorella.

Come si comporterebbero se la donna per la quale stanno interpretando chiedesse loro un consiglio personale al di fuori dell’incontro a tre.

Per capire come le mediatrici e il mediatore percepiscano effettivamente il proprio ruolo, sono state incluse nell’intervista anche alcune domande riferite a situazioni reali e piuttosto controverse, già menzionate in diversi studi precedenti. Ad esempio, è stato chiesto loro come si comporterebbero se la donna per la quale stanno interpretando chiedesse loro un consiglio personale al di fuori dell’incontro a tre. Se quattro rispondenti lo riporterebbero all’operatore/operatrice, anche a costo di ritornare nel suo ufficio, contattarlo/a per telefono oppure chiedere alla donna di aspettare fino all’incontro successivo, spiegandole di non avere le competenze per poter rispondere, tre sarebbero invece disposte ad offrire il proprio consiglio, mentre due non si sono mai trovate nella situazione e non saprebbero prevedere come si comporterebbero.

Una mediatrice racconta la storia di una ragazza minorenne rimasta incinta nel suo paese e mandata in Italia per abortire, secondo lei soggetta a violenze e a pressioni psicologiche da parte della famiglia d’origine, ma che in cuor suo voleva portare a termine la gravidanza. Alla ragazza è stato proposto dal servizio antiviolenza di terminare la gravidanza, oppure di portarla a termine e dare la figlia in adozione. La ragazza ha chiesto consiglio alla mediatrice:

“Io dissi che doveva seguire il suo cuore e che se voleva il consiglio di una madre non avrebbe assolutamente dovuto abortire, ma doveva portare a termine la gravidanza e tenersi il bambino, tant’è vero che poi se l’è tenuto. […] All’ultimo mi ha chiamato l’ospedale quando è entrata in travaglio, era da sola, non aveva nessuno e non parlava mezza parola, io sono arrivata lì e l’ho assistita durante il parto, ha partorito in mia presenza. Non mi pentirò mai di quello che ho fatto: io sono stata la prima a prendere in braccio la bambina e lei non la voleva guardare, io le ho chiesto: “Guardala, almeno”. A fatica l’ha guardata, l’ha presa, l’ha attaccata al seno ed è rimasta la sua bimba che adesso ha sette anni, questa è una cosa di cui vado fiera”. (mediatrice 4)

Questo racconto è estremamente eloquente e riesce a dare una percezione concreta sia delle difficoltà affrontate dalle mediatrici nel rispettare i propri limiti professionali di fronte alla sofferenza delle sopravvissute, sia della responsabilità e della delicatezza della loro posizione. In questo caso, è chiaro come la donna, abbandonata dalla famiglia d’origine in un paese straniero, si sia aggrappata alla mediatrice chiedendole consiglio e sostegno; è altrettanto evidente che la mediatrice potrebbe averla spinta, anche se a fin di bene, a prendere una decisione per la quale non era pronta, privandola della sua autonomia. Non sapremo mai se quella bambina fosse il frutto di un amore proibito oppure di una violenza.

Il punto centrale che emerge da questa analisi è la mancanza di protocolli specifici che delineino il ruolo dei mediatori e delle mediatrici nei servizi antiviolenza.

Il punto centrale che emerge da questa analisi è la mancanza di protocolli specifici che delineino il ruolo dei mediatori e delle mediatrici nei servizi antiviolenza dell’AUSL Romagna, quando qualsiasi altra figura professionale al suo interno può contare su linee guida ben definite.

Le complessità emerse dalla letteratura, e ancora di più dalle testimonianze delle mediatrici e del mediatore, mostrano la stringente necessità di una formazione specifica per lavorare in questi contesti: solo chi ha ricevuto una formazione adeguata potrà scegliere in modo consapevole se, ed eventualmente quanto, estendere i confini del proprio ruolo professionale, riuscendo così a collocarsi in modo ben definito all’interno dei servizi antiviolenza.

Bibliografía

ABRIL MARTÍ M. I.; TOLEDANO BUENDÍA C.; UGARTE BALLESTER X.; FERNÁNDEZ PÉREZ M. M. “Introducción a la interpretación en contextos de violencia de género: conceptos básicos de interpretación, contextos, competencias y deontología”. In: TOLEDANO BUENDÍA C.; DEL POZO TRIVIÑO M. (ed.). Interpretación en contextos de violencia de género. Valencia: Tirant Humanidades, 2015, p. 48-100.

BANCROFT, M. A.; ALLEN K.; GREEN C. E.; FUERLE L. M. Breaking Silence: Interpreting for Victim Services. Washington: Ayuda, 2016, p. 310.

DEL POZO TRIVIÑO M.; BAIGORRI JALÓN J. “El trabajo con intérpretes: aspectos comunes”. In: BORJA ALBI A.; DEL POZO TRIVIÑO M. (ed.). La comunicación mediada por intérpretes en contextos de violencia de género: guía de buenas prácticas para trabajar con intérpretes. Valencia: Tirant Humanidades, 2015, p. 17-66.

IOLI L. Interpretare per le vittime di violenza: uno studio di caso della rete antiviolenza dell’AUSL Romagna. 2021.

SOS-VICS Speak Out for Support (22 gennaio 2015). I Taller de formación SOS-VICS sobre interpretación en violencia de género. Vigo, 24 aprile 2014. [File video]. https://www.youtube.com/watch?v=SglxPfeyzwk.

TOLEDANO BUENDÍA C. “Integrating Gender Perspective in Interpreter Training: A Fundamental Requirement in Contexts of Gender Violence” In: DE MARCO M.; TOTO P. (ed.). Gender Approaches in the Translation Classroom. Londra: Palgrave Macmillan, 2019, p. 167-187.

VALERO GARCÉS C.; LÁZARO GUTIÉRREZ R.; DEL POZO TRIVIÑO M. “Interpretar en casos de violencia de género en el ámbito médico”. In: TOLEDANO BUENDÍA C.; DEL POZO TRIVIÑO M. (ed.). Interpretación en contextos de violencia de género. Valencia: Tirant Humanidades, 2015, p. 186-229.

Lucia è laureata in Interpretazione di conferenza all’Università di Bologna con le lingue inglese e russo. Nata a Rimini, sul mare Adriatico, ha sentito spesso il bisogno di partire per altri lidi. Durante il suo percorso di studi ha trascorso tre semestri in scambio presso l’Università di Exeter e l’Università statale di Mosca. Conseguita la laurea triennale in Comunicazione interlinguistica applicata all’Università di Trieste, è partita per la Baschiria, sugli Urali meridionali, dove ha insegnato inglese in una scuola superiore e in un asilo. Nel 2021, dopo la laurea magistrale e svariati lockdown, è atterrata a Vilnius, per lavorare come interprete per EASO in due campi per migranti al confine con la Bielorussia. Ora è tornata dal suo mare, ma chissà dove la porterà la corrente.

Lucia Ioli
Lucia è laureata in Interpretazione di conferenza all’Università di Bologna con le lingue inglese e russo. Nata a Rimini, sul mare Adriatico, ha sentito spesso il bisogno di partire per altri lidi. Durante il suo percorso di studi ha trascorso tre semestri in scambio presso l’Università di Exeter e l’Università statale di Mosca. Conseguita la laurea triennale in Comunicazione interlinguistica applicata all’Università di Trieste, è partita per la Baschiria, sugli Urali meridionali, dove ha insegnato inglese in una scuola superiore e in un asilo. Nel 2021, dopo la laurea magistrale e svariati lockdown, è atterrata a Vilnius, per lavorare come interprete per EASO in due campi per migranti al confine con la Bielorussia. Ora è tornata dal suo mare, ma chissà dove la porterà la corrente.

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