Una riflessione personale dell’autore sul ruolo dell’interprete oggi, inteso come quella voce che accompagna chiunque si trovi fra il pubblico, favorendo la percezione e la fruizione di un discorso. L’interprete come quella persona che ti prende per mano e, indipendentemente dalla tua provenienza, abilità cognitive, identità di genere, età o background educativo, ti accompagna in un viaggio fatto di parole, sapendo trovare il giusto equilibrio fra il rispetto dell’intenzione comunicativa di chi vuole trasmettere un messaggio e la capacità di accoglierlo di chi lo riceve.
Non vi troverete dati statistici né menzioni a fonti autorevoli. Tuttavia, spero che sia una riflessione con spunti utili e condivisi con un solo obiettivo: ricercare la miglior resa nel nostro lavoro.
Disclaimer o “messa di mani avanti”: ho scritto quest’articoletto ad agosto, in ferie, a più riprese e nei luoghi più svariati, dalle falde di un lago pirenaico alle spiagge sassose della Riviera del Conero. Intende essere una lettura semiseria, basata unicamente sull’esperienza e sul sentire dell’autore. Non vi troverete dati statistici né menzioni a fonti autorevoli. Tuttavia, spero che sia una riflessione con spunti utili e condivisi con un solo obiettivo: ricercare la miglior resa nel nostro lavoro.
Nel mondo della traduzione e dell’interpretazione di conferenza, una metafora ricorre spesso per la sua forza evocativa: quella del ponte.

Nello specifico, il ponte dell’interpretazione è una struttura con due estremi ben distinti. Da un lato, un’apertura stretta e calibrata, dove si trova chi produce il discorso con le sue parole, le intenzioni, il ritmo e le inflessioni. Dall’altro, uno sbocco a ventaglio, ampio e accogliente, rivolto verso chi ascolta: può essere un pubblico di pochi specialisti, una platea eterogenea, persone con esigenze particolari, oppure un’intera nazione, se non il mondo intero.
Noi interpreti passiamo spesso ore sul lato stretto del ponte, analizzando chi siamo chiamati a tradurre: ne studiamo accuratamente lo stile, le caratteristiche della voce, l’accento, eventuali peculiarità di pronuncia.
Ma quanto spesso ci chiediamo chi ci sia davvero dall’altra parte del passaggio?
Senza quell’approdo verso il pubblico rischiamo di costruire un prodigio tecnico, un capolavoro di perfezione formale ma privo di utilità… in breve, un ponte interrotto sul vuoto.
Senza quell’approdo verso il pubblico rischiamo di costruire un prodigio tecnico, un capolavoro di perfezione formale ma privo di utilità… in breve, un ponte interrotto sul vuoto.
Interpretare significa garantire un attraversamento sicuro. A volte occorre allargare la carreggiata, introducendo una spiegazione per un riferimento culturale, altre volte c’è bisogno di restringerla per restare fedeli al ritmo concitato di chi parla. Può capitare di dover raddrizzare una curva sintattica, rimuovere tavole sconnesse, sgomberare il passaggio dalle barriere eristiche erette a tavolino da un oratore dallo stile “donabbondiano”.
Un tempo si parlava di setting comunicativo, registro e tratti soprasegmentali del discorso; oggi entrano in gioco concetti nuovi.
Un tempo si parlava di setting comunicativo, registro e tratti soprasegmentali del discorso; oggi entrano in gioco concetti nuovi: linguaggio inclusivo, linguaggio ampio, linguaggio chiaro, e c’è, più in generale, un’attenzione crescente a come la comunicazione funziona nei contesti sociali e culturali.
Sono istanze che, come persone che della comunicazione ne hanno fatto un lavoro, non dovremmo (più) ignorare.

E allora come possiamo, da interpreti, favorire una resa che possa arrivare alla mente e al cuore del maggior numero di persone possibile? Tra il nostro pubblico possono esserci persone provenienti da luoghi diversi del pianeta, con tipologie variegate di abilità cognitive, con identità di genere non conformi al binario, di fasce d’età diverse, con un background educativo eterogeneo. Il nostro compito sarà anche quello di fare il massimo per far arrivare il messaggio a tutte queste persone.
Dopo questa deviazione, arriviamo al cuore della riflessione: come ricercare la miglior resa nel 2025? Lo “stile interpretativo ideale”, oggi, si basa sugli stessi precetti di vent’anni fa, quando il sottoscritto era sui banchi universitari?
Dare una risposta netta ed esaustiva non è semplice, né costituisce l’obiettivo di questo breve scritto. Ma qualcosa è inevitabilmente cambiato, in un’epoca in cui — fortunatamente — si cerca di abbracciare ogni identità, ogni forma di abilità e di espressione dell’essere.
Passando alla pratica, ecco i principi (come ho detto nel preambolo, personali, annotati sotto l’ombrellone sulla base dell’esperienza e senza consultare manuali) che tengo a mente durante le simultanee:
1. Preferire aggettivi e verbi ad alta o altissima frequenza
Perché “il parolone” è come il candito nel panettone: molto apprezzato da alcuni, superfluo per molti, decisamente fuori luogo per altri.
Tra l’altro, non sono bellissimi? Ariosi e limpidi come una finestra spalancata sulle Dolomiti. Lo aveva già teorizzato il grande Italo Calvino nel suo articolo sull’antilingua, apparso nel 1965 sulle pagine del quotidiano “Il Giorno”. Perché “il parolone” è come il candito nel panettone: molto apprezzato da alcuni, superfluo per molti, decisamente fuori luogo per altri.
Alcuni esempi?
- FARE invece di effettuare, espletare, eseguire, porre in essere;
- RISPETTARE invece di adempiere (a), ottemperare (a);
- DIRE, AFFERMARE, SOSTENERE invece di asserire, enunciare…
(Già che ci sono, una puntualizzazione rispetto a quest’ultima categoria: i verbi dichiarativi. Con i verbi enunciativi o dichiarativi si dovrebbe usare l’indicativo. Forse per eccessivo zelo nel risuscitare il benedetto congiuntivo, ormai dato per morto, il suo uso si è ripreso, ma spesso in modo sbagliato. Non si dice infatti: Il ministro sostiene che i disoccupati siano diminuiti, masono diminuiti).
2. Tecnica del salame (o… del ciauscolo)
La tecnica del salame aiuta a suddividere le idee e a districare la sintassi. Se interpretiamo verso l’italiano, però, penserei a un ciauscolo — uno dei vanti culinari delle Marche, la mia regione — un salame morbidissimo che si stende sul pane col coltello come un velo cremoso e succulento. Questo perché la nostra lingua, a differenza di altre più rigide e lineari, fa ampio uso di nessi, subordinate e strutture articolate.
La virtù sta nel mezzo: l’obiettivo è di non formulare frasi troppo spezzettate (anche per non snaturare l’essenza della nostra lingua) ma di renderle comunque concise e chiare.
La virtù sta nel mezzo: l’obiettivo è di non formulare frasi troppo spezzettate (anche per non snaturare l’essenza della nostra lingua) ma di renderle comunque concise e chiare, pur sfruttando le risorse di coesione del discorso che l’italiano ci offre. Un esempio? Se chi parla dice «The blaze damaged power lines. Thousands lost electricity. Crews worked to restore service.», in italiano potremmo ricercare una resa un po’ più coesa: «L’incendio ha danneggiato le linee elettriche, lasciando migliaia di persone senza corrente, mentre le squadre tecniche hanno lavorato per ripristinare il servizio».
3. Latinorum e idiomatismi… a bada
Dentro di noi resta l’imprinting dei banchi universitari, dove spesso si cercava l’effetto per impressionare l’insegnante e ambire a un miglior voto. Chi non può fare un piccolo mea culpa? Spesso ci ritrovavamo a “girare la rotella” del registro, anche senza rendercene conto, per alzarne leggermente il livello. Confesso: anche io, nei miei anni di docenza universitaria, preparavo testi ad hoc (appunto) da far interpretare, in cui l’esercizio consisteva nel sostituire una locuzione comune con la sua corrispondente latina (ad esempio “a malincuore” con “obtorto collo”).
La ricerca ossessiva di espressioni ricercate e il salto da un’espressione idiomatica all’altra possono appesantire il messaggio.
L’idiomatismo è indubbiamente bello, il registro è importantissimo e la locuzione colta piazzata al momento giusto fa sempre la sua bella figura; ma anche qui, il troppo stroppia: la ricerca ossessiva di espressioni ricercate e il salto da un’espressione idiomatica all’altra possono appesantire il messaggio, richiedere uno sforzo inutile a chi ascolta e risultare di difficile fruizione per molte persone. La regola d’oro? Se il contenuto è valido, basta un abito sobrio e ordinato per farlo risplendere, senza troppe frange o paillettes (ma non ditelo a Elton John o a Beyoncé).
4. Zac, zac, zac… potare i rami secchi
Come nella potatura della chioma di un albero, che fa filtrare luce ed aria, anche nell’interpretazione una bella spuntatina qua e là per eliminare le ridondanze e gli errori di chi pronuncia il discorso fa sì che il pubblico riceva il messaggio in modo più diretto, poiché non è costretto a percorrere vicoli ciechi invano e a dover tornare indietro.
Se l’oratore dice «Picaso realizó este cuadro en 1947… ah no, perdón, disculpadme, quería decir… una década antes, en 1937», posso aspettare e semplicemente tradurre l’anno giusto. Allo stesso modo, se chi pronuncia il discorso afferma «This is such a truly stunning… uh, amazing, captivating, incredible and just… remarkable piece of art», forse rendere un paio di aggettivi ‒ uno per ambito semantico ‒ basta e avanza, giacché molte volte l’uso di sinonimi serve solo a tamponare il silenzio mentre si organizzano le idee.
Quella che all’interprete sembra un’interruzione interminabile, alle orecchie di chi ascolta è percepita semplicemente come una pausa accettabile e senza significato “patologico”.
Spesso, non so se succede anche a voi, devo ricordarmi di non cadere nel tranello opposto. Può capitare che chi parla usi un aggettivo e poi si fermi a cercare le parole giuste per riprendere il filo: spaventato dal silenzio, tendo a colmare quei vuoti con sinonimi superflui pur di non fermarmi. In realtà non accade nulla di grave, e me lo devo ricordare più volte: quella che all’interprete sembra un’interruzione interminabile, alle orecchie di chi ascolta è percepita semplicemente come una pausa accettabile e senza significato “patologico”.
5. Siamo esseri umani: mostriamolo!
Strafalcioni terminologici più o meno imbarazzanti a parte, quello che terrà l’IA lontana dall’eguagliare noi persone sono proprio i tratti emozionali e paralinguistici del discorso: intonazione, timbro, ritmo, velocità di eloquio, ma anche volume, pause, enfasi su determinate sillabe o termini… sono tutti strumenti che sostengono e aggiungono senso alla catena di parole. Tutto ciò sempre senza eccessi, cercando di evitare il birignao giornalistico e una prosodia in stile “sessuologa marchesiniana” (per saperne di più, vedi gli approfondimenti in calce all’articolo).
6. Un relè più agevole
Un linguaggio chiaro e ampio non è solo un segno di rispetto verso chi ascolta, ma rappresenta anche un aiuto prezioso per le colleghe e i colleghi che prenderanno il nostro relè.
Infine, ma non per ordine di importanza, un linguaggio chiaro e ampio non è solo un segno di rispetto verso chi ascolta, ma rappresenta anche un aiuto prezioso per le colleghe e i colleghi che prenderanno il nostro relè. Offrire loro una “strada” ben definita, priva di ostacoli e con segnali chiari, facilita il passaggio e mantiene la continuità del messaggio senza perdite di significato o energia.
Per chiudere, un’ultima osservazione che potrebbe sorgere è questa: “Se chi produce il messaggio usa uno stile elaborato e ornato, non dovremmo evitarne la semplificazione?” La mia risposta generale è che siamo noi interpreti, poiché ci occupiamo professionalmente di comunicazione, a dover facilitare l’incontro. Chi parla, infatti, spesso e volentieri fa un altro mestiere e non si ferma sempre a riflettere sulle modalità di presentazione e trasmissione dei contenuti.
Non è tradire chi parla, ma permettere l’autentico scambio, raggiungere l’obiettivo ultimo del nostro lavoro: facilitare la comunicazione.
Concentrarsi esclusivamente sullo stile della parte che emette il messaggio significa considerare solo un’estremità del ponte comunicativo, ed è proprio qui che risiede la riflessione imposta dall’attualità, a mio avviso.
La sfida attuale per noi interpreti consiste nel tenere sempre più presenti entrambe le estremità del ponte. Non è tradire chi parla, ma permettere l’autentico scambio, raggiungere l’obiettivo ultimo del nostro lavoro: facilitare la comunicazione.
Approfondimenti:
Per saperne di più sull’antilingua
Il ciauscolo, il salame spalmabile
Per saperne di più sul birignao
La sessuologa dell’inimitabile Anna Marchesini

Andrea Brocanelli
Es intérprete y traductor autónomo de lengua materna italiana y reside en España desde el año 2010. Miembro profesional de Asetrad desde el 2009, ASATI desde el 2011 y AICE desde el 2020. En su tiempo libre ama leer, los largos paseos en la naturaleza y nadar, a poder ser, en el mar. Le apasionan los idiomas, el arte, la historia, los animales y también los dialectos y el folclore de su región de origen, Las Marcas (Italia).

